mercoledì 5 aprile 2017

WAR HORSE di STEVEN SPIELBERG

Dipende da quanto tu credi nell'umanità: se ci credi, ti viene naturale mostrare quanto di buono o giusto, gli esseri umani possano fare per sé stessi e gli altri, altrimenti ti fermi "alla realtà", che nel felice mondo occidentale equivale a un "che schifo"
Tutto qui. Non c'è giusto o sbagliato, il desiderio di fare continuamente il punto su un'idea. Ora, un artista potrà mentire al pubblico, a sé stesso, alla critica, il mondo è pieno di film "falsi" e fatti male, ma quando è da più di trenta anni che sei un grosso e importante nome all'interno dell'industria e tra milioni di cinefili, ecco, dovremmo farcene una ragione: non è più, o solo,  l'uomo che mira all'incasso e alla gloria con trucchi facili, ma un Autore che film dopo film mette in scena la sua poetica.
Potrà anche darci fastidio, ma a questo punto è un problema nostro. Non suo.
Sicuramente non è un mio problema: visto che ho amato profondamente questo bellissimo film


War horse è un film che parla di un legame profondo e indistruttibile, quello tra un ragazzo e il cavallo che lui ha addestrato per farlo lavorare nella fattoria, dove lavora col padre e la madre. Il rapporto speciale, difficile da spiegare a chi non ha un minimo di empatia cogli altri, che si instaura tra un umano e un animale "domestico", è qualcosa di forte e totale. Pur rimanendo ognuno quello che è: noi esseri umani e loro animali. Ma ti ritrovi a pensare a loro, gioire e soffrire per e con essi. Dubito che una persona, la quale rimane indifferente alle sofferenze di una bestia, possa provare pietà per una persona. Forse potrebbe accadere, ma dubito.
Però il film non parla di questo, o almeno non solo. La pellicola si e ci pone una semplice domanda: "Possibile trovare, nella guerra, un barlume di umanità? Possibile in un simile contesto, non perdere del tutto gli aspetti positivi di essere umani?"
Questa domanda ci porta a una risposta che molti non ameranno affatto, perché semplificano la vita e le persone, comunque essa è : "Sì" Possiamo trovare della bellezza, gentilezza, grandezza, ad opera di piccoli esseri umani, anche mentre stiamo combattendo. L'uomo che stermina senza pietà i nemici, ha tempo anche per solidarizzare con essi, riflettere nell'altro quello che siamo e saremo dopo la battaglia: persone che lavorano, amano, piccole vite, ma che sono la base di ogni cosa.
Così il cavallo diventa testimone di tutto questo dolore e bellezza mischiati insieme. Perché l'umanità, per Spielberg, è più forte di ogni conflitto. Tema cardine della sua filmografia, qui esposto in modo lucido e totale.

Il giovane ufficiale inglese, i due soldati disertori tedeschi, la ragazzina francese, il soldato tedesco e infine di nuovo col padrone. Questo viaggio per ritrovarsi è denso di personaggi indimenticabili, che anche se appaiono poco, lasciano il segno e traccia. Come indimenticabile è la scena del soldato inglese e quello tedesco che lavorano insieme per salvare il cavallo.
Siamo uomini, simili. Anche se i nostri potenti ci mandano al macello, alla fine abbiamo più cose in comune di quanto si possa pensare.
Forse non siamo più abituati a credere e pensare che il cinema abbia il compito di mostrarci la parte migliore di noi, delle nostre vite. Forse crediamo che solo una sofferenza senza uscita sia la realtà , quella perlomeno degna di essere filmata. Non sappiamo quasi più gioire di fronte a una bellissima storia di pace, amore, amicizia, una storia che parla di gente umile, meraviglioso Peter Mullan come tutto il cast, non so cosa ci sia successo. Però mi dispiace
Io, insieme a Spielberg, Virzì, non so quanti altri, crediamo negli esseri umani, che hanno il coraggio di essere umani. Toh, cito Mengoni e ora posso andar a dormire

venerdì 3 marzo 2017

MOONLIGHT di BENNY JENKINS

A volte capita, ci sono opere che fanno tanto arrabbiare gli "espertissimi di rete 4", ah no! Di Facebook. Improvvisamente un film diventa il Male Assoluto, manco fosse il Fascismo o la Democrazia Liberale-Capitalista. Diventa un modo anche di esporre il proprio peso all'interno della comunità di tantissimi napalm 51,  oppure il mezzo per farsi accettare da nuovi amici, grazie a battute e altre facezie sull'opera.
Tutto questo è giusto e normale, fa parte di un modo ben radicato di vivere questi esaltanti, palpitanti, selvaggi, non ancora del tutto regolati, anni di scoperta della comunicazione vera virtuale. Amplifica quello che coviamo dentro, esaspera i toni di chi parla a bassa voce.
Va bene, va bene, va bene, così - come canterebbe mr eh! ehhhhhhhhhh!

Però non è detto che un modo scomposto di parlare di un'opera sia sbagliato, ci sta che quel film sia brutto. Il motivo? Per quanto il cinema sia un linguaggio tecnico non si esaurisce in sé stesso, ma gioca profondamente con numerosi fattori :io ed es, ne sapete qualcosa? Ecco chi scrive le nostre recensioni. Per cui una pellicola al di là di come sia girata, ha un valore assai diverso rispetto a chi vede.  Uno spettatore passionale, si lascerà travolgere dai personaggi, dalla storia, e dal messaggio, sono quelli fichissimi come me, altri che son trattenuti anche nella vita reale, punteranno su qualcosa di più rigoroso, ferreo, che è "oggettivo", giusto per dar un contributo professionale, ma non dirvi nulla di essi. Metodo che comprendo e rispetto tantissimo, assolutamente lontano da me , io voglio sempre conoscere l'umano - anche contraddittorio e fallibile, piuttosto che la perfezione di chi ha imparato una lezione o un mestiere.
Per cui, ecco una mia riflessione su Moonlight




Chi disse: " Ogni essere umano è importante?" Mi pare Spielberg, in quell'opera di rara bellezza che è "Il ponte delle spie", certo vi è una visione rozza della nostra amata Ddr, ma i personaggi ribadiscono un fatto che spesso scordiamo: siamo tutti esseri umani. Non siamo in un film dozzinale dove o siamo buoni o cattivi, 24 h su 24. Questo non significa giustificare un mascalzone o un marrano di ogni risma, perché è tenerissimo con un cucciolo di cane, oppure è un buon padre. No, semplicemente ci ricorda che gli esseri umani sono troppo complessi e ricchi di contraddizioni: eroi e figli di puttana sputati dall'inferno, inflessibili sostenitori di pene severe e garantisti occasionali, questo ci rende meravigliosi (piccolo consiglio : leggete codesta recensione canticchiando Meraviglioso di Modugno, non la cazzo di cover di Negroamaro. Un saluto al salento! ) e odiosi allo stesso tempo.
Non dico che le storie debbano evitare di portare sullo schermo buoni o cattivi a tutto campo, dipende dall'idea della vita dell'autore. Forse ci vien in aiuto il cosa e come stiamo narrando/ filmando

Voglio essere chiaro: non ha senso criticare la sceneggiatura di un film di formazione, tesi, o radicato in un genere. Io ti posso girare l'ennesima opera su un gruppo di persone che stanno a tavola e piano piano si mettono a litigare,  idea abusata, e portarti sullo schermo un bellissimo film. Posso raccontarti l'ennesima storia di un ragazzino che cresce in un brutto posto, eppure emozionarti perchè sullo schermo c'è qualcosa che partendo da quelle basi, ci parla di altro e oltre.
Sicché, la baggianata sulle storie originali lasciatale a quelli che orgasmano per cose come "Smetto quando voglio",  a noi che apprezziamo il cinema delle relazioni umane, ci basta un Moonlight



Il film è tratto da un'opera teatrale " Moonlight black boys look blue". di Tarrel Alvin McCraney.  Non è facile portare un testo nato per esser realizzato su un palco, con un numero di attori e di scene statiche, un 'opera che sia Cinema in ogni sua inquadratura.  Jenkins cura molto le sue scene e l'aspetto visivo.  Ci dona log take vorticosi e mai messi lì alla cazzo, o abusandone come, per esempio Innarritu in Birdman, Hanno quasi sempre una funzione emotiva, sottolineano la tensione che muove corpi, gesti e parole. Basti vedere quando Chiron/Black, entra in classe per vendicarsi contro un coglione e testina di cazzo che..ah, no ! Scusate mi stavo lasciando prender la mano da Charles Bronson. Comunque in quel caso avverti prepotente la tensione che monta, non solo segui Chiron, ma sei lui.  Altre volte invece ci dona la delicatezza di una giornata normale, in una vita fatta di droga e violenza, come quella che vivono Juan e Chiron al mare. Tutto questo, ripeto, portando su uno schermo un'opera teatrale.

Guardiamo la storia: banale, scontata? La sceneggiatura non si basa sull'intreccio, ma sui personaggi. Faccio notare che molti films sono costruiti così, alcuni vi piacciono anche molto.  Direte, ma qui è fatta male. 
Perché? In fin dei conti non è detto che Chiron alla fine viva una vita migliore di Juan o di altri spacciatori, non sappiamo nulla sul fatto che la madre riesca a trovar un'esistenza migliore dopo la cura  di disintossicazione, semplicemente, come capita vivendo, ci sono momenti di apparente stabilità e felicità, poi facilissimo che le loro vite vengano spazzate via dalla furia della violenza della strada.
Il punto è che noi diamo per vero, reale, giusto, sincero, solo l'aspetto negativo della vita. 
Se Jenkins avesse girato scene di violenza, tossici e spacciatori che parlano come in un film di Tarantino, dei tamarri tamarrosi, e giovani procaci dedite al sesso facile, si parlerebbe di opera credibile. Scontata, magari, ma cazzo quanta credibilità.
Fare altro è per forza sintomo di buonismo, politicamente corretto e le solite orribili stronzate, che non ci rendono nemmeno speciali, in quanto tutti i peggiori pirla dell'universo, pure quelli dei nuovi pianeti scoperti, dicono automaticamente da decenni.
Non c'è nessuno di più corretto di un sostenitore del pensiero scorretto.

Senza strumentalizzare un plot a rischio, senza puntare su effetti facili di stereotipi machi e bulli, Jenkins ci descrive un pezzo di storia di un bambino qualsiasi. Affronta l'omosessualità con una certa delicatezza, ma senza nascondere nulla, ci dice che anche nei posti peggiori ci sono uomini e donne, e come tutti amano o soffrono.  Juan non è un angelo, lo intuiamo da tanti piccoli particolari, basti vedere la litigata colla madre di Chiron, ma non ci serve vederlo mentre fa a pezzi un tizio e poi porta al mare Little. Sono convinto che l'avrà fatto. Eppure quello avrebbe generato un discorso rassicurante per il pubblico: vabbè, è bravo col bimbo, ma va che animale. 
Qui invece ci viene mostrato nei momenti, forse anche occasionali, di tenerezza. E allora cominci ad avere dubbi: ma io sono davvero più buono di lui? Se mi dovessero dare una pistola e il suo potere che farei? Possibile che un criminale, pianga commosso, per le parole di un bambino? Chi era prima Juan? 
Non vuol dire essere buonisti, che poi è un'accusa ormai superata e inutile, ma porti il dilemma, a te caro cinico e giustiziere da tastiera, sei davvero convinto che niente ci leghi l'un all'altro, anche quando l'altro è un criminale. 
Non giustifica nulla il film. Juan e Chiron sono spacciatori e fanno cose brutte, lo sappiamo senza bisogno di vederlo. 
Black è diventato così perché l'omosessualità , pur con tutti i telefilm e i Cameron di codesto mondo, non è ancora accettata del tutto, e in certe zone, in certi tempi, questa cosa porta a durissime rappresaglie su costoro. Non hanno forse subito bullismo e violenze dagli altri , chi è diverso rispetto alla media di teste di cazzo? Direi di si. 
Jenkins mostra bene queste cose. Cosa offende, che sia etero? Che mostri troppo, poco, non aggiunga nulla? Io, ho penato, per Kevin e Chiron, durante una bellissima scena, non altrettanto bella rispetto all'uso miglior di una sedia mai fatta al cinema, ma quanta carica emotiva, senza enfatizzare o togliere. Il dramma è forte.

Ogni personaggio brilla, ma la luce è quella della luna, che al massimo consola e promette, danza leggera in cuori rovinati, vite sbagliate, ma per un attimo le illumina.  Che sia Juan e la scoperta di una paternità, di lasciare qualcosa di buono a un bimbo che forse rammenta lui e le sue corse di notte a Cuba. che la madre sciagurata e odiosa di Chiron, quando cerca di ricordarsi di esser pur sempre una madre, e negli occhi innamorati di Kevin e Chiron, nella loro tenerezza fisica o relazionale. Non ci sono miracoli, forse Black morirà male, forse sua madre non uscirà mai dalla merda in cui si è cacciata, ma a volte la luna ci dona la forza di illuminarci d'ìmmenso. 

Lasciamo che per loro sia così.

lunedì 27 febbraio 2017

Jackie di P. Larrain

Il cinema biografico è terreno di molte insidie. O si porta sullo schermo un'agiografia forzata, dove aiutati da musiche fin troppo enfatiche e carrelli alla cazzo di cane, si fa del protagonista un semi-dio imbattibile, senza macchia e quasi quasi pur cammina sulle acque, oppure si vuol esser a tutti i costi anti retorici, scivolando in un tono più o meno velato di polemica contro il soggetto del film. Raramente ci si ricorda di una cosa: Cinema biografico. Cioè la cosa principale è la settima arte, la cosa fondamentale è il film.
Proprio perché non stiamo vivendo la vita del protagonista, ma la sceneggiatura di uno scrittore e assistiamo alla regia di un regista, ecco, dovremmo comprendere che l'unica cosa buona da fare in queste situazioni è prendere una persona vera e restituirla alla magia del mezzo cinematografico, anzi dirò una cosa audace: all'Idea di cinema che ha in testa il regista.
Perché se è vero che tutto è industria, prodotto, mezzo per far soldi, è altrettanto vero che- all'interno del sistema produttivo-industriale, impossibile starne fuori- ci sono ancora grandissimi Autori.





Larrain, che è sicuramente un grandissimo autore, decide di inoltrarsi nella terza e unica via possibile: non un'agiografia di una santa laica, non un ritratto scandaloso, ma una straziante e memorabile analisi del lutto, della sua rielaborazione, della solitudine vissuta da chi soffre.
Io non conosco molto bene la storia vera di Jacqueline Kennedy, non ho mai avuto reali interessi nella e per la storia di questa famiglia, a esser sincero trovo più stimolante la conoscenza dei presidenti repubblicani, perché per me rappresentano al meglio il paese reale. Nondimeno è stata una persona molto importante per il suo paese e non solo, una donna entrata nella storia e scolpita nella leggenda.
Una vita piena di eventi tragici e lieti, che si presta a un film ridondante, chiassoso, epico in ogni inquadratura.
Il regista cileno ha il dono di non forzare nulla, ma di non essere assolutamente trattenuto. La potenza delle emozioni, è ben presente. Descritta con un primo piano, una frase, un avvicinarsi o allontanarsi dal personaggio.  Credo che dica moltissime cose sul dolore e quella sensazione di inutilità, di essere persi, di non capire che ci facciamo al mondo,  quella bellissima scena di Jackie che si veste e riveste, trucca, porta del vino a tavolo, come se avesse qualcuno da incontrare, ma è solo sé stessa.
Una donna testarda, non simpaticissima, ma così umana e dolente da commuovere ogni spettatore dotato di un  po' d'anima.
Il punto di vista, merito della meravigliosa sceneggiatura- lo sceneggiatore codesto sconosciuto così poco apprezzato nel mondo del cinema- e della meravigliosa regia, è alquanto inedito. Mostra, doverosamente, alcuni passaggi obbligatori del dramma famigliare che diviene tragedia nazionale e mondiale, dal suo interno. Non cerca le ragioni politiche,  non azzarda analisi o dà colpe, ci mostra una donna travolta dal lutto, ma che da questo ritrova una sorta di amarissima e dolorosa, rivalsa, riscatto, prendendo la scena per sé. Il funerale fastoso e altre cose, quanto è omaggio reale al marito? Quanto un voler mostrare al mondo sé stessa?
Film di straordinario equilibrio, con un montaggio e fotografia perfetti. e una immensa e memorabile aiutante di Leon, che è cresciuta davvero molto bene.

mercoledì 1 febbraio 2017

HOPE di LEE-JOON IK

A volte quando ti chiedono se un film " è bello", "lo posso vedere", ammetto di non saper rispondere. Perché alcune pellicole colpiscono e fanno davvero male.
La domanda semmai è: sono pronto ad affrontare il Dolore e il Male? Non rispondete subito: sì! Magari perché avete visto tanti horror, torture -porn e film splatter. Vero che son pellicole devastanti, che ci fanno stare male, però sappiamo che è sangue finto e spesso storie frutto della fantasia degli autori. Col tempo, a volte anche poco, dimentichiamo
Questo non capita quando affrontiamo film come Hope.



Che ironia aver chiamato vostra figlia Speranza, forse ne avete bisogno. O forse sono quelle cose che si fanno quando siamo innamorati, quando l'amore abita la nostra casa e l'altro è il nostro mondo.
Poi che succede? Si comincia a tener per sé una parola, un gesto, il lavoro ci prende tempo, l'altro in casa ci fa da mangiare o è quella strana creatura che vivacchia sul divano a riveder vecchie partite di baseball.
Fra di voi, c'è lei: vostra figlia. Amata, ma considerata ormai una parte della casa.  Rassicurati che nulla possa distrarvi dalla quotidiana e dolce mediocrità, dalle piccole cose.
Poi un giorno..
Un criminale irrompe nelle vostre vite, tocca l'intimità più profonda e vi costringe a far i confronti col dolore, le cose non dette, l'instabilità del rapporto.
Per cui alla domanda : posso vedere il film? Non lo so. Dipende da quanto tu possa resistere a certe scene, sopratutto a quanto tu sia disposto a pensare, riflettere, scoprire che magari tanto garantista e civile non lo sei. Cosa farei se mi capitasse? Se avessi una figlia?
Il regista mostra il corpo martoriato della bambina, dopo lo stupro. Lo mostra e per me fa benissimo. Si, lo puoi immaginare, lascia allo spettatore. Questa è la nuova difesa di un certo tipo di pubblico, hanno ragione anche loro, ma per me è fondamentale, al cinema, mostrare. Un bambino è malato terminale? Starà in ospedale, attaccato ai macchinari. Non a casa con i due genitori, perché il cinema trattenuto vuol così.
Vedete come riduce un atto violento una bambina, riflettete su quali traumi pesanti essa comporti, a un certo punto vi viene in mente che il primato di turismo sessuale, termine che disprezzo perché abbellisce una pratica disumana e schifosa, chiamatelo stupro internazionale e che si punisca col carcere chi lo pratica,  vuol dire che molti sono i bambini abusati.
Non è il tema del film, che parla di come una famiglia venga travolta dalla violenza.
Qui scatta, però, inatteso e toccante, un miracolo: proprio in virtù del suo titolo, il film non vuole perdere la speranza.
Certo prima siete assaliti frontalmente dal dolore, dall'orrore, vi troverete a piangere di rabbia e a pensare mille e più modi per fare a pezzi quel criminale farabutto.
E poi che succede? Che il direttore della fabbrica e i colleghi facciano colletta per aiutare economicamente il padre, che una madre cerchi di aiutarne un'altra distrutta da quanto le è capitato, che i bambini non offendano o deridano la bambina perché ha una strana macchina per far i bisogni.
Sopratutto che il padre faccia di tutto per riavvicinarsi a quella bambina, forse trascurata, come trascura la moglie.
Le scene che hanno come protagonista questo uomo così comune e normale nei difetti e pregi, che si traveste come il personaggio di un cartone animato, per far sorridere la figlia e farla riavvicinare a lei,  non vuole esser toccata dal padre in quanto uomo, sono di una bellezza e di una commozione davvero assolute
Vi è una delicatezza, purezza, amore e compassione per i personaggi, bilanciata da parti durissime, strazianti, quasi insostenibili.
Un perfetto equilibrio che ci porta a riflettere su temi importanti, su cosa faremmo noi in quelle occasioni, su come gli esseri umani siano fragili eppure portati anche alla solidarietà, che esiste il male, però una nuova vita e un aeroplano di carta forse potranno aprire una finestra su una nuova speranza.
Sì, la risposta alla domanda iniziale è sì. Guardate questo film, fatelo vostro, parlatene con vostro marito o vostra moglie
Perchè questo è il potere del cinema: portare a galla il non detto, o i sentimenti che riteniamo negativi ma sono umani. Farci scoprire la luce in fondo al tunnel.

lunedì 30 gennaio 2017

LA LA LAND di DAMIEN CHAZELLE

Io amo profondamente i Musical. Anzi, definiamo bene la questione: adoro veder la gente ballare e cantare e se non ci fosse nessuno di questi due elementi, mi basta che vi siano dei musicisti. Credo che la musica abbia delle ripercussioni magiche-sentimentali sulla nostra esistenza.. Lasciare a casa ogni inibizione e vergogna e abbandonarsi a danze e canti, nella società occidentale forse è una richiesta di troppo. Perché queste attività sono troppo legate a intimità radicate nel nostro esser più segreto e profondo, quel bambino di "pascoliana memoria" ( calma non c'entra un cazzo ma dà un tono intellettuale al tutto) quella purezza e dolcezza anche infantile, se volete discriminarla e ridicolizzarla a tutti i costi, che ci appartiene; ma che preferiamo soffocare dietro a un nichilismo quotidiano di sterile realismo, annoiato cinismo, precarietà degli e negli affetti
Per piacerti, il Musical ti chiede solo una cosa: devi essere una persona romantica, capace di esser felice senza eccedere nelle illusioni della cultura dello sballo, devi essere sensibile e sognare.

Ecco su questo punto dovremmo dilungarci un po', ma sono stanco e poi vi offro troppe cose nuove e interessanti insieme, che - grandissima tragedia- non sono oggettive o scritte da uno laureato in cinema, no sono solo dei miei pensieri. Potrei esser accusato di grillismo eh!
Però si! Vi faccio la sinossi: credo vi sia un problema di fondo su cosa significhi per noi: sognare
Io personalmente mi chiederei anche il significato di : successo. Cosa evocano in noi queste due parole così importanti per la nostra cultura? Comprendiamo il loro vero significato, o seguiamo regole economiche-capitaliste? Che deformano il senso più puro delle parole. Basti vedere, nel concreto, cosa sono diventate e a cosa servano, parole bellissime come: rivoluzione, democrazia, libertà, civiltà. Parole che esprimono un concetto determinante per ogni uomo e donna.
Il sogno oggi non lo vedo così intonso dalle regole televisive, spicce, legate a un momento, al tutto e subito, ma un buon sogno può durare tutta la vita. Esso è la forza che ci spinge a non mollare un obiettivo nel tempo, certo veniamo a patti con la dura realtà, ma non cediamo. Semmai doniamo a lui più impegno e costanza affinché una sua parte si possa realizzare. Non è un'illusione campata su un progetto troppo grande. Il sogno è l'atto pratico e reale di prenderci cura di noi stessi. Quando abbiamo un sogno, ci vogliamo bene.
Il successo vuol dire realizzarlo quel sogno. Non è solo una questione monetaria, ma vederlo nascere, crescere e farsi strada all'interno di quel pubblico che abbiamo scelto come referente delle nostre emozioni e felicità.
Questo è il tema portante del film: sognare non significa campare di illusioni, ma costruire con fatica la tua strada verso il successo. Anche a costo di perdere qualcosa lungo questa strada, come certi affetti, amicizie, sopratutto la cosa bella è che esprime codesto concetto: il successo è un fatto assolutamente personale. Per alcuni è riempire gli stadi, per altri suonar la musica che ama nel suo locale. Questo concetto di felicità-sogno- successo è spiegato benissimo anche in quel piccolo tesoro prezioso che è il brano : "Il violinista sul tetto" di Roberto Vecchioni. Sarebbe piaciuto a Seb? Spero!


Ok, ora ci tengo a precisare tre cose per me importanti: 1) Non è un capolavoro codesto film(e) . Capisco e apprezzo l'entusiasmo di critica e pubblico, ma i capolavori si palesano con il tempo, attraverso una lunga riflessione e a ben vedere forse son ben altre pellicole che possono concorrere al titolo di capolavoro
Questa ossessione assolutista, questa voglia di essere quelli che hanno visto la luce manco fossimo dei cazzo di Jake Blues, al cospetto del reverendo James Brown, un po' è figlia dell'esagerazione dei nostri tempi. Ci dobbiamo salvare dalla crisi evidente delle democrazie liberali, dal nostro esser incapaci di amar una persona che non sia la rappresentazione di idee astratte sull'amore. Per questo dobbiamo credere in qualcosa di assoluto e totale. I cinefili hanno il Dio del Capolavoro.
Ripeto ci sono tantissimi film che meritano rispetto per il semplice fatto di esser buoni, persino ottimi ma non capolavori. Poi c'è una parte soggettiva che rispetto sempre, ad esempio per me "Silence" è un capolavoro, altri ci ritrovano da ridire. Va benissimo così: il cinema è l'arte che parla a noi stessi e ci fa conoscere agli estranei. Ha moltissimi punti di unione con la filosofia e la psicologia, più di quanti molti fissati con l'oggettività tecnica possano credere.
"La la land", non è un capolavoro perché la parte legata al musical o il suo aspetto romantico, la rievocazione di un periodo d'oro hollywoodiano, non è così ricco di possanza o maraviglia come meriterebbe. Ha una profonda incertezza su cosa voglia essere, ma questo è anche il suo fascino per me.
2) le parti musical, possono piacere a chi ne ha visti ben pochi, o non ama il genere. Normale amministrazione. Le basi, i rudimenti, per costruirci uno spettacolo che richiede sforzi e fantasie enormi, in particolare quelli dell'epoca dei Fred Astaire e co. 3 ) Non è una storia d'amore, visto che qui l'amore è rappresentato debolmente, non avverto nessun trasporto per la loro relazione. Stanno insieme o no? Non ho elementi che mi aiutino a comprendere quanto sia forte e profondo il loro amore. Però anche qui vale come prima: ognuno ha il suo metro di romanticismo, ognuno ha il suo bagaglio di film romantici visti.
E allora cosa è La la land? Che tipo di riflessione indisciplinata ha stimolato nello Spettatore?
Credo che sia un complesso e affascinante esperimento estetico-concettuale-intellettuale, fatto da uno studioso. Un saggio sul potere del sogno, inteso come impegno assoluto, costanza, gavetta.  Non tanto sull'illusione romantica, rappresentata dai pochi momenti più musicali e "romantici". La Vecchia Hollywood ci donava illusioni, che sono utili se servono per c ostruire un sogno che diventi obiettivo, oppure rimangono momenti sospesi di grande felicità. Però essa è evanescente.
Non puoi avere amore e gloria insieme. Qualcosa devi sacrificare
Ecco questo film che rielabora la musica al cinema in tutte le sue forme, il discorso del Sogno Americano, la sane illusioni danzerecce hollywoodiane, non celebra ma smaschera. Il finale lo dimostra apertamente, quando mai un musical sarebbe finito in quel modo?
Questo film è l'opera di un "secchione" il quale ha studiato bene la materia e ci tiene a farlo vedere, ma non si limita a questo. Vuole reinterpretarla usando i codici in vigore in quel periodo da lui studiato, per dire altro.
Proprio per questo le scene musicali non possono essere che ricalcare le regoli base, proprio per questo l'amore è enunciato na non presente e vivo, mentre il film vola altissimo quando parlano gli strumenti e i musicisti eseguono quel rito antico e meraviglioso che è suonare.
Come sempre quando entra in scena l'attenzione sulla musica jazz, il suo significato, le contraddizioni di chi suona questa musica con le masse ( a fanculo la gente dice il purista Seb ma il suo amico pur di allargare il consenso ha contaminato la musica in 7/8 con il pop. Chi ha ragione?) questo film diventa assai interessante.
Perlomeno lo è per chi ama il jazz. A me piace assai, anche se molte cose sono ostiche e complesse e non è che mi alzi la mattina sentendo questo tipo di musica. Ho diversi cd e lp, mi affascina.
Per cui a mio avviso La la land è un buonissimo film, senza ombra di dubbio la parte più musical, nostalgica, romantica, è del tutto superficiale, o comunque funzionale a un discorso che non si ferma per nulla a una cosa in stile Bogdanovic, per fortuna direi, per altre ragioni e purtroppo per altre ancora.
La la land è molto più intellettuale di quanto possa sembrare e sopratutto ha il dono di un'amarezza sentita, toccante, un finale davvero meraviglioso

ps: due cose : 1) si pur non essendo nulla di che, a me le canzoni sono piaciute. Una in modo particolare, ma non faccio testo. Appena uno canta o balla io mi emoziono, fosse pure Nino D'angelo ne La Discoteca. 2) Spero vinca tantissimi premi oscar. Così i prossimi anni usciranno molti film di musica o musical veri e propri
Infine: non parlate male di quel grandissimo attore che Ryan Gosling, e nemmeno della brava Emma Stone e i suoi occhi a cinemscope <3 nbsp="" p="">

domenica 29 gennaio 2017

Patterson di Jim jarmusch

Mi piacciono quelli che a volte vengono definiti "piccoli film".  Perché, spesso, dietro a questa categoria si nascondo opere che non cedono a una visione tecnologica, di sfoggio muscolare e con divisioni netti tra super eroi buoni e nemici dell'umanità.
Queste pellicole ci ricordano che ogni essere umano è un film emozionante, una storia che val la pena esser raccontata e filmata, non ci servono gli eroi; abbiamo bisogno di uomini
Il pericolo è quello di incappare nel soporifero cinema "trattenuto", la cosa davvero non mi garba affatto. Infatti il film sarà piccolo, principalmente per una questione anche economica, ma non deve esser per forza sciatto, trascurato non dire nulla o non donarci personaggi epici o interessanti.

 Jarmusch viene considerato uno che rappresenta la realtà come è, senza nemmeno cercare l'epica del/nel quotidiano come un Linklater, ad esempio. Per cui molti dicono che nel film in questione non capiti nulla dall'inizio fino alla fine. Vediamo solo la vita di un uomo, uno qualunque.
Non so, in realtà Jarmusch mostra dietro la normale esistenza dei suoi personaggi, una certa eccentricità. C'è moltissimo cinema, riferimenti letterari, rielaborazione del quotidiano, in questa pellicola e nella sua filmografia.
 I dialoghi curati, prendono dal viver comune e si trasformano in arte cinematografica. Certo non ci sono eroi, nulla compie qualcosa di significativo per la sua vita.. C'è una stanchezza soffusa, un malessere sottile e difficile da decifrare, una recita da portare avanti , mi riferisco alla coppia litigiosa al bar.
Patterson è pura rappresentazione artistica dell'esistenza quotidiana spiccia, comune, ritenuta noiosa da moltissimi spettatori o scrittori più o meno sconosciuti di genere, in Italia.
Ci spaventa così tanto la normale quotidianità, siamo così messi male che dobbiamo per forza sognare in grande, quando il mondo è pieno di gente come Paterson, del paese di Paterson, New Jersey
Detto questo non credo che il tema sia la felicità o almeno vi è un'idea di essa che non mi garba. Cioè  è possibile esser felici solo chiudendosi in noi stessi, nei nostri progetti.
Il barista che si sfida da solo a scacchi è il cuore del film, il suo messaggio. D'altronde risulta chiarissimo che Paterson sia fondamentalmente felice di scrivere poesie, ma non riesce a condivider i sentimenti e la loro bellezza con nessuno. In particolare con la sua compagna.
Il loro è un affetto di facciata, che quasi mai è rivolto all'altro. Si scambiano le loro passioni artistiche ma non le condividono mai. Ognuno cerca nel suo modo di fare arte la felicità. Separati.
Questo è molto reale, ben descritto, perché sicuramente Jarmusch crea personaggi che rimangono a lungo nella memoria. Simboli del vivere reale, ma che non hanno nulla di reale, tranne alcune loro relazioni con gli altri.
Opera ben più sofisticata e raffinata di quanto possa apparire, mostra l'importanza della poesia o dell'arte per sopravvivere al nulla, al grigiore, all'abitudine. Sopratutto ci insegna come l'arte alberghi nei cuori  e nelle menti delle persone più impensabili anche degli uomini comuni
Vorrebbe esser un film che si occupa di felicità, ma è la tristezza a farla da padrona, seppur senza drammi, senza eventi particolarmente duri. Basta vivere una vita con una persona alla quale non sai che dire, star in un bar quando forse potresti partecipare a gare internazionali di scacchi.
Sono però le nostre passioni a salvarci, e forse in questo c'è davvero tanta felicità.
Piccolo film che però dice cose importanti, le dice anche bene se vuoi. Straordinario Adam Driver, il film in fin dei conti è lui

venerdì 27 gennaio 2017

Hell or high water di David Mackenzie

Ci sono storie che non hanno bisogno di grandi effetti speciali, situazioni originali, colpi di scena su cui basare tutta la struttura
Raccontano un vecchia, dannata, sporca storia e i suoi personaggi non hanno nulla di eroico,  non sono nemmeno tipi che vorremmo frequentare. Fanno cose sbagliate, vivono esistenze randagie. Vittime e carnefici di un sistema economico e sociale che ha messo in ginocchio le fasce meno abbienti, quelli che non sanno stare al passo coi tempi.
Non importa che sia una persona malata, non importa che si metta a repentaglio vite umane. Bisogna far cassa.
Questo non significa che i due fratelli rapinatori di codesta buona pellicola non abbiano colpe pesanti, non siano responsabili delle loro scelte, che rimangono assolutamente criminali e ingiustificabili, Ci viene solo fatto notare che l'ambiente e condizioni sociali, le dinamiche di classe o politiche sono fondamentali. Perché almeno uno dei due fratelli se non fosse costretto dalla "crisi" e dai rapporti di forza sfavorevoli, sarebbe sicuramente una persona onesta
E in fondo, come mostrano alcune scene del film, lo è rimasto.



Perché esser tra i buoni e cattivi non è cosa scontata. Basta poco per trovarsi dalla parte del pericolo pubblico. Ci vuole ancora meno a passar dal difendere la legge alla legge della vendetta.
I personaggi riescono sempre a farci un po' pena,  proviamo compassione per costoro. Sono deboli e fanno scelte sbagliate, ma hanno anche una missione lodevole: i fratelli riprendere il loro ranch e donarlo ai figli di uno di loro due, l il Texas Ranger servire la legge, proteggere i cittadini.
Fra di loro: paesi di rara bruttezza, desolazione, città di cow boy pronti a sparare in ogni occasione, di cameriere che forse meriterebbe altra vita, rapporti famigliari in crisi.
A brillare in questo paesaggio di rabbia e violenza è la figura dell'anziano Texas Ranger, ormai giunto a un passo dalla pensione, e il suo rapporto di lavoro e personale con il suo collega di origine indiane: Alberto.
Per tutto il film l'anziano prenderà in giro,anche pesantemente, il suo collega. il loro rapporto è speculare a quello dei fratelli, in un certo senso è come se essi fossero testimoni della forza dei legami, l'unica cosa che ci salverebbe da un mondo altrimenti spietato.
In fin dei conti non succede nulla di nuovo, in questo film: dei tizi fanno delle rapine e una coppia di tutori della legge li insegue. Conta il come vengono messi in scena e scritti questi personaggi. In ultimo dagli attori.
Jeff Bridges è formidabile: il suo personaggio spicca sul resto del film e devo dire che sposta di gran lunga il giudizio sul terreno del "positivo".
Indolente, sornione, eppure efficiente al massimo. Un uomo che rudemente nasconde la sua profondissima umanità dietro gli sberleffi all'unico amico che ha: un collega. Un uomo solo, ormai sul viale del tramonto, senza gloria, senza passare per la via della leggenda. Un onesto lavoratore.
Certo la storia dei due fratelli ci commuove,  ci interessiamo di loro, ma l'attenzione è tutta sul personaggio dell'uomo di legge.
Perché è quello che ha un brusco cambiamento a un certo punto.
Non c'è pace sulle strade soffocanti del Texas, i peccatori non sono perdonati e non subiscono nessuna redenzione. Rimane l'amarezza, la rabbia, il senso di perdita e sconfitta perché per riprendersi la vita, la casa, e donarla ai figli, si è perso troppo.
"Hell or high water" è una dolente ballata southern,  una triste canzone country di cui conosciamo da generazioni il testo e la melodia
Cinema medio, non eccezionale o imperdibile, ma di grande qualità