mercoledì 20 settembre 2017

A Ciamabra di Jonas Carpignano

Quello che da sempre mi affascina sono le vite delle persone. L'indagine di un microcosmo parallelo alla società borghese, o i tormenti di chi è nato nella borghesia. In fondo non è detto che la felicità segua sempre il danaro, ma nemmeno che senza soldi si viva per forza in un mondo di cuoricini e libertà. L'individuo è frutto della sua classe, per quanto si possa sforzare, anche il sesso o il credo religioso hanno un loro peso. Eppure vi è anche nei posti più squallidi un barlume di bellezza
Almeno in quasi tutti.

Mostrare un mondo che non vogliamo vedere o che non conosciamo affatto, non vuol dire aver nei suoi confronti un rapporto carico di empatia a tutti i costi. Giustificare le loro azioni, declassarne le colpe o evidenziare lo squallore in cui nascono, crescono, finiscono in galera e muoiono generazioni di uomini e donne.
Il cinema mostra, indica un giudizio, una simpatia, ma poi lo spettatore indisciplinato ci aggiunge le sue riflessioni e considerazioni. Questo è il grande merito di un film: emozionare o far riflettere.
Opera seconda di un regista italo americano,  che vede tra i produttori esecutivi un certo Martin Scorsese,  A Ciambra è un film che potremmo definire infelicemente : docufiction, ma non gli renderemmo giustizia.
Spesso ci interroghiamo su come si possa riprendere la realtà in un film. La risposta è sempre molto incerta, dubbiosa oppure didascalica, dogmatica, ma il bersaglio ci sfugge sempre.
Da molto tempo ad esempio vi è uno scontro su oggettività e soggettività, in parte, molti che sostengono il bisogno di esser oggettivi, nascondono dietro questa pretesa la paura di una discussione e messa in gioco di idee radicate, dall'altra spesso la soggettività è solo una mera opinione senza alcun valore.
Per questo quelli che hanno al cuore una certa dose di realtà in un libro o in un film, come possono metterla in scena o in pagina, senza che si finisca per far solo la rappresentazione di un'idea soggettiva e quindi anche fragile e non del tutto veritiera?
La macchina da presa cattura attimi di vero, in un fiume impetuoso di immagini pensate, scritte, fotografate, montate e musicate, da una o più persone. Eppure quel piccolo momento di verità, seppure filtrato passa.
Perchè, come direbbe Paolo Coelho, ma va bene anche Fabio Volo: la vita è una recita.

La famiglia Amato con o senza sceneggiatura e mdp sarebbe diversa da quella vista su pellicola? Non credo. Il cinema fornisce i tempi, stacchi, monta le loro esistenze, ma con o senza una storia "inventata" loro sarebbero sempre loro.
Così l'occhio cinematografico riprende impietoso il vivere in un degrado e squallore assoluto, in un non luogo, forse anche in un non tempo se non fosse per gli i phone, ha un che di magico e irreale seppure sia profondamente e radicalmente reale. Ogni parola, ogni scontro, ogni irruzione della polizia.
Però l'ambientazione crea un cortocircuito tra noi e il loro mondo. Rimaniamo sconvolti, colpiti, interessati e distaccati da quel mondo di furti, machismo, famigliarismo, eppure così unito, forte, solidale.
Non c'è lo sguardo indignato verso la comunità di rom di Gioia Tauro, non c'è traccia di giustificazione, di abbellimento, quel voler dire a tutti i costi: ma quando mai rubano! L'occhio della mdp è presente, sta addosso ai personaggi, ma è anche scientifico, distaccato: " Guarda, questo è il mondo loro"
Mondo collegato anche alla malavita locale, con i quali intrattengono rapporti di affari e subordinazione.
Sono chiassosi, eccessivi, estremi, vedi bimbi che fumano e bevono, il legame di sangue è potente, forse l'unica cosa che abbia davvero importanza. Ma non sono "buoni selvaggi": compiono quelli che noi più o meno cittadini medi, riteniamo atti criminali. Quella è la loro vita.
Il film descrive anche i rapporti non sempre buoni con gli immigrati africani, i rom li schifano un po', e l'aspetto davvero interessante di questa opera è il bellissimo rapporto che Pio ha con un ragazzo del Burkina Faso, questo rapporto scritto, diretto e interpretato dai due "attori", davvero benissimo è alla base di un brusco passaggio di Pio dall'età adolescenziale alla vita da uomo.
Passaggio che non indica affatto una maturazione o che, ma semplicemente l'accoglienza nella banda dei grandi per una vita dedicata a rubare rame o automobili.
Quanto pare l'idea del film è venuta al regista dopo che i rom gli hanno rubato la macchina con dentro gli attrezzi di lavoro, arrivato a riprendersi la sua auto, costui ha conosciuto Pio e la sua famiglia, da qui l'idea di girare un film, tra opera di finzione e documentario, su questa famiglia
Per quanto mi riguarda A Ciambra è un film necessario e utile di questi tempi, una sana riflessione su mondi paralleli, sui limiti e le possibilità di agire in certi contesti. Non solo vedetelo, ma fatelo vedere

lunedì 18 settembre 2017

BABY DRIVER di EDGAR WRIGHT

In questa scena c'è tutta l'anima di un prodotto che rende omaggio al tema del "movimento", non inteso come gruppo di persone che ci hanno il super potere di romper il cazzo alla kasta, ma proprio il movimento fisico di macchine e di quella meravigliosa macchina che è il corpo umano. Vi è sempre una costante tensione, scatti, balli, la macchina da presa è protagonista assoluta, insieme al montaggio e alla colonna sonora.
Come è stato ben scritto in altri luoghi, il cinema del regista inglese è un inno al ritmo, tanto che anche i momenti di maggior rilassatezza, non sono altro che una preparazione per qualcosa di adrenalinico, spettacolare, travolgente, pronto a ed esplodere sullo schermo.
Cinema futurista in un certo senso, visto che la velocità era alla base anche di quel movimento, e rieccoci da capo, del secolo e millennio scorso. Chiaramente questo è un mio tentativo a cazzo di dar maggior spessore artistico alla pellicola, mi diverto così! In ogni caso, rimanendo anche sui terreni più profani di una semplice visione da spettatore indisciplinato, dobbiamo ammettere che Wright ha la statura dei grandi autori del cinema di genere
Apro una piccola parentesi: possiamo definire autore un tizio che gira horror, action, polizieschi ecc..ecc.. Risposta: si. Anzi nel mondo del genere, letterario e cinematografico, certe differenze saltano clamorosamente agli occhi.  Wright ha un carisma, una visione del cinema, un modo di metter in scena le sue idee,  assolutamente riconoscibile , figlio del miglior cinema di genere americano, ma rielaborato con ironia, personaggi, ritmo assolutamente moderno. Non c'è mai quel citame sto cazzo, tipico di molto pessimo cinema post tarantiniano, ma la citazione serve per costruire un passaggio, una trovata, assolutamente originali. Seppure , il suo cinema, sia profondamente legato alle regole  e le segui con rispetto. Non tanto ribaltando o trasgredendo o rimanendo ancorati in un nostalgismo odioso, ma aggiungendo, aggiustando, spostando la regola un po' più avanti, azzardando.
Baby Driver non è, sulla carta, un film innovativo.
La storia l'abbiamo vista diverse volte, ha alle spalle opere imperdibili come : Driver di Walter Hill o Drive   di quel tizio che per aver un po' di notorietà deve prendersela col mansueto e pacifico Lars, per non parlare di tantissimi altri film che bene o male affrontano questo tema: giovane uomo con trauma nel passato o anche senza, fa l'autista per una banda di criminali, fino a quando l'amore lo porterà a ribellarsi al crimine.
Più o meno questo succede anche in questa pellicola: Baby è traumatizzato per via della morte della madre. Un giorno commette uno sgarro nei confronti di un boss della mala, così deve lavorare per lui fino a quando non avrà estinto del tutto il debito. Nel mentre si innamora di una donna e....
Come vedete niente di nuovo o particolare, ma a me non frega un cazzo della novità. Trovo interessante "come" si possa narrare un canovaccio, una storia già sentita e vista. Tutto qui.
Wright compie il miracolo di citare Hill, ma non did voler essere Hill. Per cui rende la colonna sonora parte determinante della storia, il protagonista soffre di un disturbo alle orecchie per cui al fine di non sentire un fastidioso fischio si spara la musica a palla,  spiazza lo spettatore convinto di uno scontro all'ultimo sangue contro il folle Pazzo, un ottimo Jamie Foxx, o contro il suo boss e invece inaspettato è il suo nemico finale, ribalta quindi i rapporti tra i personaggi, portando una piccola novità senza sottolinearlo mille volte. I suoi personaggi, all'apparenza stereotipati e "scontati", sono in sostanza maschere funzionali, ma dotati di caratteristiche precise che li elevano dalla media. C'è cura anche nella scrittura, quindi, certo sottoposta al montaggio, alla musica, ma non manca una storia e personaggi comunque interessanti.
Trovo anche che la love story e la presenza del tenerissimo rapporto tra Baby e il padre adottivo, un vecchio nero sordo e semi paralizzato, sia portato in scena davvero molto bene, tra romanticismo, dolcezza, e tensione sottile.
Insomma: capolavoro o no? Semplicemente grande, grandissimo cinema.

martedì 12 settembre 2017

DUNKIRK di Christopher Nolan

Ascolta, ero partito per cantare 
uomini grandi dietro grandi scudi, 
e ho visto uomini piccoli ammazzarre, 
piccoli, goffi, disperati e nudi...


Ecco come sono gli uomini nell'ultima opera del regista inglese. Corpi, quasi senza nome ed identità, travolti, distrutti, da un unico obiettivo: salvarsi. Non mancano certo figure più eroiche: l'aviatore impersonato da Tom Hardy, o il civile che colla sua barca, e con l'aiuto del figliolo e di un ragazzino, cerca di salvare più vite possibili. Uno angelo custode dei disperati, altro come uomo che fa la cosa giusta: aiutare il prossimo. Nondimeno anche loro, sottoposti alla legge naturale della paura, dell'attesa, e in quei casi: o ti lasci morire, o diventi un po' carogna, o fai del bene, ma senza sapere se alla fine verrai premiato. A volte sopravvivi in cielo o mare, ma non in terra.
Dunkirk vive e lotta in ogni uomo che , uno stato o una religione, hanno gettato in quella tragedia orribile che è la guerra. L'hai vista narrata in quel piccolo grande film che è  ARDENNE 44, Un inferno di Sidney Pollack. Coi suoi soldati americani bloccati, le loro vite, le relazioni colla gente locale, l'attesa della battaglia e la tremenda disfatta.
Anche noi abbiamo avuto una nostra Dunkirk, solo che non c'è stata nessuna gloriosa rivalsa dopo.
Parlo della guerra in Russia.
Recuperate quel autentico e meraviglioso capolavoro che è : Italiani brava gente di Giuseppe De Santis. Anche in quel caso un nemico mortale, ma quasi invisibile. In primo piano la vita dei soldati, la loro commovente battaglia per non morire, la morte sempre presente, l'idiozia del fascismo.  In queste due pellicole i personaggi sono centrali, si tenta in ogni modo di creare empatia tra di loro e gli spettatori.
Nolan in questa pellicola, usa dei personaggi per renderli quasi una nassa unica, Non approfondisce più di tanto, suggerisce, offre delle informazioni, sulle quali tu spettatore devi costruire empatia o interesse, ma il suo vero obiettivo è altro: mostra la guerra nel "presente".
Cioè, ti vuol far partecipare alla disfatta totale e assoluta che ha colpito l'esercito britannico e quello francese, tra il 26 maggio e il 3 giugno 1940. Ti prende e ti butta nella mischia. In quel caso, approfondire motivazioni, carattere, aspettative dei personaggi è secondario. Un azzardo, forse. Non sempre riuscito, perché a volte è fondamentale saper di più, visto che la costruzione di quella storia potrebbe offrire spunti molto interessanti.

La storia che vede coinvolti Cillian Murphy e Mark Rylence è troppo approssimativa, gettata lì. Quasi non ti interessa del ragazzino colpito dal gesto del soldato interpretato da Murphy, e quasi non cogli il tormento di quel povero soldato, sopravvissuto fisicamente, ma non mentalmente e moralmente. Certo è molto interessante come spunto, ma rimane appunto uno spunto. Come anche la presenza/assenza dei tedeschi, vuol diventare qualcosa di simbolico e metaforico? Ci si ferma a metà.
Però, è anche vero che in guerra non vedi gli altri, o per pochi decisivi secondi. Non c'è nessuna metafora, ma solo la fisicità della lotta.
Sicché. forse se devo trovare dei difetti in questo film è nella costruzione dei personaggi e nella musica invasiva di Zimmer. Questo a un primo giudizio, ma sono scelte di regia e di un regista che , piaccia o no, è fondamentale e importante per il cinema di massa, ma fatto benissimo, di questi ultimi venti e passa anni.
Quello che Nolan filma è la Storia. Lo fa con un occhio compassionevole, e l'altro distaccato, mettendo in scena l' Umano e la Natura, che si scontrano e incontrano. Certo Malick, con La Sottile Linea Rossa, volava decisamente più in alto, ma ogni regista ha un suo stile e obiettivo.
Tenendo conto di questo Dunkirk è un ottimo film.  La guerra spogliata di retorica, commozione, eroismo, patriottismo, o almeno sfiorata da queste cose, ma che rimane in sostanza una terribile tragedia per gli esseri umani.
Puoi morire mentre stai in attesa sul molo, o mentre ringrazi dio che  stai su una nave e la patria è così vicina,
Dunirk è un film dove regna la claustrofobia nonostante sia tutto all'aperto, ma l'immensità del cielo e del mare, non è abbastanza per le vite che pregano di non essere abbandonate. Comprendi come si muore: ammassati, terrorizzati, senza dignità.
Queste cose non te le diranno mai, non te le mostrano mai, a parte che non siano nemici. Ma chi torna vivo non è un eroe, spesso è sopravvissuto grazie alla sua codardia o ferocia e chi è morto non lo ha fatto con gloria e pensando alla patria o alla famiglia
Questa morte di uomini piccoli, disperati e nudi è presente nel film e si sente moltissimo
Per questo, pur con qualche riserva, ho amato molto questa ultima fatica di Nolan

lunedì 21 agosto 2017

ORECCHIE di Alessandro Aronadio

Come ben sapete, da queste parti siamo fortemente e giustamente appassionati di cinema italiano. Il quale non è quella cosa brutta brutta tanto descritta da wannabes e altre tragedie umane, o almeno non è affatto messo così male.
In particolare, in questi ultimi tempi le cose sembrano andar davvero bene. Abbastanza bene, dai!
Ci sono autori più o meno nuovi e giovani, che cercano di portare in scena pellicole meno provinciali e sciatte, tra queste opere un posto sul podio delle migliori commedie degli ultimi dieci anni, va senza ombra di dubbio a  Orecchie.

Ammetto di aver provato interesse e simpatia per l'opera,  già a partire dal trailer. Ho un debole per il cinema in bianco e nero, trovo che sia il modo giusto per filmare al cinema. Potente, evocativo, mi porta a giudicar positivamente la pellicola a prescindere.No, Renny Harlin è inutile che giri in b/n, tu no!
Il formato è un formato quadrato che va da 1:1 a un moderno, almeno wikipedia dice così,  1,85: 1.  A molti non piacerò, lo troveranno poco cinematografico e molto televisivo, però a mio avviso rende bene il senso di schiacciamento del protagonista, ma questa è una mia cazzata da cinefilo allo sbaraglio.
Il regista ha partecipato alle sceneggiature di film come : I peggiori, Classe Z, Che vuoi che sia, e ha diretto un film nel 2009,  Due vite per caso. ( fonte Coming Soon), è anche autore di un libro : Lo strano caso del dottor David e mr  Cronenberg: saggio sul doppio nel cinema.
 Quindi un nome da segnare e seguire con interesse, perché fa parte di quella generazione di registi che , seppur rimanendo in ambito di solide tradizioni cinematografiche nazionali, sperimentano linguaggi diversi o rendono più robusta e meno provinciale la commedia italiana

La storia ha una sua unità di tempo precisa: una calda giornata romana, in una città quasi deserta. Un eterno giovane della nostra generazione di ragazzi quarantenni, si sveglia con un fischio all'orecchio. La sua ragazza non è in casa, ma in compenso gli ha lasciato un biglietto con scritto: è morto il tuo amico Luigi, oggi c'è il funerale.
L'uomo non ricorda chi sia codesto Luigi.
In più il problema alle orecchie non lo molla un momento.
Si troverà coinvolto in una serie di episodi assurdi, folli, tra dottori in vena di sadiche burle o che non badano a quanto gli dice il paziente, ( meraviglioso Massimo Wertmuller e ottimo Andrea Purgatori), dovrà affrontare alunni svogliatissimi che però sono piccoli tamarri del rap, per altro colla presunzione di far un concept tratto dallo Straniero di Camus, direttori di giornali che usano la filosofia per dar dignità ad articoli di rara inconsistenza e trivialità, madri eterne giovani col nuovo compagno, artista di strada proveniente dall'est,  e paura di amare o non amare abbastanza, incapacità di aver idee chiare sul rapporto sentimentale colla ragazza, vivere una vita in difesa, guardando con distacco gli altri, per timore di viverla sta vita.

Orecchie, è un ottimo film: fa ridere davvero molto, grazie a un umorismo che rammenta un certo Moretti degli inizi, più surreale in certe cose, un pizzico di Allen, e tanto, buon ,caro, vecchio, lavoro di sceneggiatura.
Parla dello smarrimento dei nostri tempi, di indecisioni, timori infondati, incapacità ad ascoltare oltre quel rumore che abbiamo nelle nostre "orecchie", c'è un bellissimo lavoro fatto sui dialoghi, come l'emozionante monologo finale, ci diverte tanto, cosa sempre buona, e ci fa affezionare ai suoi personaggi: sgangherati, ma umanissimi.
Piccolo film, ma con un ottimo cast che recita in modo eccelso per tutta la durata della pellicola; oltre ai citati Wertmuller e Purgatori, ci sono Pamela Villoresi, Piera Degli Esposti, Milena Vukotic, Rocco Papaleo, Ivan Franek, Silvia D'Amico. Tutti hanno una scena o battuta memorabile, dimostrando la massima attenzione per ogni personaggio.
Fra tutti, però, credo  vada seguito con attenzione, il suo protagonista: Daniele Parisi, che mi ha rammentato un po' Mastandrea, per l'indole romana di sopportare ogni cosa. Bravissimo, assolutamente, eccezionale
Finisco dicendo che secondo me, ocio che la sparo grossa, il film cita anche 7 piani di Buzzati e il fischio al naso di Tognazzi, ovviamente senza diventar così cupo e drammatico, ma potrebbe essere.
In ogni caso. andate a vederlo, vale la pena!


sabato 19 agosto 2017

La Bara Bianca di Daniel De La Vega

Estate tempo di cazzeggio, dove pure un film non eccelso e dimenticabile, può rivelarsi un buon passatempo.
Vi avverto subito se cercate una regia dignitosa, ricca di virtuosismi, di sottigliezze, originalità e altissima professionalità, forse questo non è il film per voi.
Ma, se vi basta un horror cazzutissimo, va che termine giovane e da cinefilo de internet,  brutale, feroce, di grana grossa: ecco questa pellicola fa per voi.

Una donna, fugge dal marito, portando con sé la figlioletta. Sembra un normale viaggio verso una nuova vita, ma un incidente li costringe a fermarsi. In loro aiuto giunge un misterioso individuo, e un carro attrezzi. Tutto sembra andar per il verso giusto, si può ripartire e che il futuro sia luminoso.
Purtroppo a una stazione di servizio, la bambina scompare. Con lei anche un bambino in gita colla scuola.
La nostra protagonista però riconosce il carro attrezzi e si getta all'inseguimento.
Sarà l'inizio di un incubo senza fine.


Per fortuna dura poco, solo settanta minuti, per cui non si ha il tempo di essere assaliti da noia o risate grasse per la sconfortante messinscena. Anzi, il film è veloce, crudo, a suo modo efficace. Grazie a una buona storia, a scelte per nulla convenzionali, i bambini in questa pellicola muoiono malissimo e la protagonista per salvare la sua figliola dovrà compiere un gesto davvero orribile, ci sono qualche momento splatter vecchia maniera, cioè quando facevamo horror coi pipistrelli di gomma e i manichini ben visibili.  Tutto qua.
La cosa, però, che reputo davvero suggestiva e che vi rimarrà addosso è l'ambientazione: lande desolare, officine abbandonate, una natura selvaggia e poco gradevole.  Poi a volte la regia, lascia un po' a desiderare, almeno così mi dicono, ma ripeto: volete divertirvi un po? Questo horror argentino non è malissimo, dai!

venerdì 18 agosto 2017

Desconocido - resa dei conti di Dani De La Torre

L'accettazione passiva delle dottrine economiche imperanti, ci porta a sopportare crisi e fallimenti che vedono coinvolti cittadini illusi da improvvise ricchezze.
Non ci basta vivere decentemente, pretendiamo il superfluo e il lusso, oppure speriamo di migliorare la  nostra vita ed esaudire i nostri sogni. Sono tante le motivazioni che ci spingono a rischiare. Col risultato che le persone perdono ogni cosa, altri avvertono la botta, ma non affondano.

A meno che...




Luis Tosar è un ottimo attore, riesce sempre a render forti e credibili i suoi personaggi, anche questa volta non sbaglia un colpo. Cosa non facile visto che è sempre in scena, seduto al volante della sua jeep o è un suv? Boh, comunque tiene per tutto il tempo. Offrendo, grazie a una buona sceneggiatura, tante sfumature di un personaggio, per cui è difficile provare simpatia
Carlos infatti è uno di quei coglioni sempre in carriera, che a malapena sanno di aver figli e moglie, uno che non si è assolutamente posto il problema di vendere sòle ai clienti. Il miracolo di far soldi rischiando quanto basta, acceca gli stolti. E stolti siamo tutti noi esseri umani.
Solo che scoppia un bel casino, si parla di fallimenti, di persone e vite travolte dalla durissima realtà: hanno perso tutto.
Tutto.
Carlos, se ne frega un po'. Non è un problema suo. Poi un giorno si ritrova a portare i suoi bambini a scuola, mentre è in strada, riceve la telefonata di un tizio  che gli dice di non fermarsi, o la macchina esploderà.
 Sulle prima non ci crede, poi..

Desconocido è un ottimo thriller. Che grazie al montaggio, all'uso preciso della macchina da presa, un ottimo attore protagonista e una buonissima sceneggiatura, avvince e tiene col fiato sospeso dall'inizio alla fine.
Girato quasi tutto per strada, su una macchina, non si perde mai in digressioni pleonastiche, non ha un minuto in più o in meno.
Tra l'altro, oltre allo spettacolo e alla tensione davvero alle stelle, il film pone interrogativi e riflessioni sul modo di far affari al giorno di oggi, sul capitalismo disumano che governa le nostre vite, la dittatura di un libero mercato tossico, lo fa senza proclami e slogan, stando dentro il genere, ma in modo molto chiaro ed efficace
Ecco, questo è il cinema di genere che adoro














giovedì 17 agosto 2017

Last Days di David e Alex Pastor

 A noi umani piace sempre immaginare la fine del mondo. Per tanti motivi: poter reinventare una società, mostrare le nostre teorie sugli esseri umani,  o per semplice divertimento a suon di mazzate, bande di teppisti, morti viventi e altro.
La fine è un tema ricorrente e che ci ossessiona, metafora della paura di morire, e la speranza di rinascere. In qualche modo, da qualche parte.
Io amo il filone post apocalittico/atomico, in tutte le sue varianti. Questa opera che ci giunge da quella bellissima città, che è Barcellona, conferma il mio amore per il genere.


Il film racconta la lotta per la sopravvivenza di Marc ed Emrique, i due dopo aver passato mesi chiusi nella loro azienda, coi loro colleghi e isolati dal mondo, intraprendono una strada verso la ricerca di qualcuno o qualcosa di importante.
La malattia che sta eliminando il genere umano, la chiamano Panico. Si palesa colla paura di abbandonare gli spazi chiusi, e stare per strada, fuori. Questa epidemia viene prima presentata come un fenomeno circoscritto, cose che capitano in Giappone o in Canada, ma piano piano arriva anche nella capitale della Catalogna liberaaaaa, scusate ho ancora i ricordi delle istanze separatiste di quelle zone, in ogni caso: si vive da reclusi e questa situazione non fa bene alla psiche di nessuno.
I registi e sceneggiatori di questa pellicola davvero molto valida, sono bravissimi a dar piccoli indizi al pubblico, creano tensione non spiegando mai cosa sia alla base di questa epidemia. I flasshback ci raccontano come sono andate le cose, ma mai perché. Servono per aver un quadro preciso dei due protagonisti. Marc è un ingegnere informatico, Enrique invece si occupa di tagli del personale.
Questo ci serve per un primo giudizio sui personaggi e per comprendere, apprezzare il cambiamento che vivranno strada facendo.

Perché, in sostanza, quello che interessa veramente agli autori non è tanto mostrare un mondo nel panico, nella paura, pieno di bestie che fanno di tutto per sopravvivere, nemmeno, anzi per nulla, mostrare la tesi che: si, si, siamo buoni perché viviamo bene, ma questa non è la nostra natura: noi siamo crudeli e cinici, dacci un motivo e vedrai
Ecco non smetterò mai di ringraziare i fratelli Pastor, per aver evitato/ non ascoltato minchiate simili. Buone per i deboli e i meschini. Noi invece crediamo negli esseri umani, anche quando il mondo sembra finire
L'amicizia, l'amore, la solidarietà, non spariranno mai. Come anche l'egoismo, la meschinità e la crudeltà, che ci vengono mostrate, ma non sono le protagoniste.

L'opera usa il genere, e lo fa benissimo vedasi la scena al centro commerciale o nella metropolitana, per parlare di relazioni, speranze, di come sia fondamentale sconfiggere la paura del mondo e degli altri, discorsi che piacerebbero a Spielberg, Virzì, Disney, Capra e la persona più ottimista e positiva che abbia mai conosciuto: mia moglie

Devo dire che questo incontro mi ha rivoluzionato e cambiato la vita, la prospettiva di vedere le cose  e le persone. Sono ancora un pigro pessimista, che fatica ad organizzarsi, a relazionarsi fisicamente cogli altri, ma ne ho fatti di passi in avanti e questo merito di mia moglie, senza ombra di dubbio.
Ho divagato parlando di lei, perché se il finale meraviglioso e commovente di questa bellissima pellicola mi ha piacevolmente sconvolto emotivamente, lo devo anche a lei. Non mi vergogno di commuovermi e di dirlo o scriverlo, ecco tutto.

Il finale... Lo troveranno buonista, patetico, ridicolo. La gente è fata così: ha una vita amara e pensa che sia così per tutti, o preferisce starsene comoda nelle retrovie dei sentimenti, che al momento buono si scappa. A loro questo film e il finale, ripeto : bellissimo, non piacerà affatto.
Gli altri invece si godranno un buonissimo film di genere, tra apocalisse e sentimento, che ricorderanno con piacere. La maestria con cui riprendono le strade vuote, i cadaveri, l'abbandono, e la carezza di un uomo morente a un amico, è tanto notevole, quanto toccante.
Lo trovate, sicuramente a noleggio, o su Netflix, per me va visto.